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IL
PANIERE DELLE ESCHE
Le
esche possono dividersi in grandi gruppi:
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Esche grasse o del caldo
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Esche del freddo
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Esche per spiagge profonde
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Esche da lontano o per spiagge basse
Come nota generale va detto che si privilegiano le polpe grasse con
mare mosso ed acque temperate, le esche bianche (contenenti luciferina) con
acque più fredde ed i vermi con mare calmo.
Ciascun
gruppo ha una sua specificita’ temporale e un uso basato sul tipo di spiaggia.
Il cannolicchio,il bibi e l'americano,per esempio, hanno
efficacia sia invernale che primaverile con condizioni di mare calmo o poco
mosso, mentre occorrono le esche oleose (sardine e muggini) e granchi e
murici con mare mosso che, con
acque fredde, può richiedere tentativi con totani o meglio ancora calamari.
Le esche grasse o “del caldo”
In linea di massima quasi tutte le polpe dei pesci contengono sostanze
oleose, ma le più forti sono la sardina, l’acciuga e il muggine.
L’uso più comune è quello dei “filetti”; assolutamente
necessaria è la freschezza.
Il filetto viene solitamente ingoiato,quindi la scelta
dell’amo è molto importante.Il migliore è un robusto Aberdeen dal 2 al 1/0 e la
polpa deve essere rivolta all’esterno.
Con mare calmo o poco mosso il filetto funziona poco, quindi, se volete
provare, fate solo tentativi limitati (di solito mirati a gronghi e razze).
La “calardina” è una variante del filetto; esso viene successivamente rivestito con un
«foglio» di medesima dimensione ricavato dal manto di un calamaro; anch'esso
assicurato con numerose spire di filo elastico. Così facendo pur mantenendone inalterato il potere attirante -
proveniente dalla parte sottostante dell'innesco - si aumenta la protezione
della tenera polpa della sarda da parte di “mangiatori a sbafo”.
Il
filetto può essere parzialmente messo in salvo dai granchi, anche inserendo un
piccolo pezzo di polistirolo (ricavabile da tagliando il coperchio di una
scatola di americani), che metterà fuori portata dalle chele il filetto di
sardina. Questo riduce in parte anche
l'attività delle pulci, ma non dei «pesci» i quali trovano ancora più attirante
la nuova mobilità.
La
testa della sardina rappresenta il massimo concentrato d'olio dell'intero
pesce, e si presta ad una straordinaria azione di richiamo ed inoltre piace da
matti a tutti i predatori, a cominciare dalla spigola.
Il terminale adatto è
lo zatterino, dotato cioè di un galleggiante esterno e di
un bracciolo a circa 35 centimetri, con amo del nr. 2/0 a becco d’aquila. Quest'ultimo viene fatto passare all'interno
della bocca e lo si fa fuoriuscire dalla fronte, con l'ardiglione bene in
vista; è una parte che regge bene anche uno strattone violento. Ricordatevi che il “tempo di lavoro” della
sardina è sempre berve, il massimo lo produce entro i primi 20 minuti,
dopodiché è meglio recuperarlo e rinnovarlo, oppure provare con un’altra
esca. Il «rosario» è il
curioso nome di un sistema per innescare
la mezza sarda,
e, al contrario dei precedenti
funziona benissimo con il mare poco mosso o appena risaccato. E qui preferibile una bella sarda, di anche cm.
15, da tagliare esattamente a metà, usando per l'innesco
soltanto la parte dotata di testa.
Il terminale si compone di un braccio di circa cm. 60 e del diametro
dello 0.35, al cui capo sono legati
sino a 6 ami storti del nr. 6.
L'innesco
avviene a partire dalla testa, dove il primo amo deve essere appuntato
solidamente dentro il palato; gli altri seguono avvitando in senso elicoidale
la sezione rimanente. Non è necessario
inserire del tutto gli ami nella polpa,
è sufficiente appuntarli.
Considerato il peso dell'esca e soprattutto la necessità che
questa si muova, il piombo non deve essere di peso elevato, massimo 100 grammi, anche perché il lancio
deve appena valicare la risacca.
L'efficacia dicevamo, è notevolissima, si cattura di tutto; a partire
dai cefali per arrivare ai saraghi, alle spigole, alle razze di anche notevoli
dimensioni. Sulla stessa falsariga, può
essere innescata la sarda intera, a cui però occorre incidere i fianchi per la
necessaria produzione di olii; non è tuttavia così efficace come la precedente,
in quanto si rivela abbastanza selettiva, funziona egregiamente soltanto con
eventuali predatori. In effetti è
quello l'utilizzo principale della sarda intiera, motivo per cui è bene non
fidarsi troppo di quei piccoli ami e di quel finale “relativamente sottile”.
All'occorrenza meglio preparare un «Ciao-ciao» con un buon
Shaughnessy del 4/0 o 5/0 da far fuoriuscire dal la bocca, ed immergere il
galleggiante all'interno dello stomaco; taglio che verrà successivamente
richiuso da abbondanti passate di filo elastico. Per terminare con la sardina
si ricordano altri due inneschi:la VIPERA, finale a due ami terminali da usare
anche senza piombo ed
il DLA, finale lungo 3 metri da posizionare nella risacca con sarda
decapitata e diliscata o con mezza sarda (la coda) .
Se
la sardina eccelle per l'abbondanza di olio, il muggine non è da meno; la sua è
però una carne diversa, rilascia le sostanze oleose più lentamente in virtù dei
maggiori grassi contenuti. Il muggine
però risulta essere un’esca esclusiva per grossi predatori .
Nell'utilizzo
il muggine può talvolta rimpiazzare la sardina, nelle piccole trance riservate
un po' a tutto; ma certamente non la eguaglia.
Il suo contributo è determinante nelle grosse trance, opera che svolge egregiamente
anche quando la sardina è messa fuori causa da una temperatura troppo rigida
dell'acqua.
L'innesco
classico è il filetto, in cui proporzioni a parte, si procede esattamente come
per la precedente. Ottenuto il filetto
laterale, da un muggine di circa gr. 400, si avvolge al finale accartocciandolo
e fissandolo con il filo. Il terminale
è stavolta anche lui «specializzato» per le grandi bocche; consiste in un «ciao-ciao»
dotato di amo Shaughnessy nr. 4/0 o 5/0, nel caso confezionato con treccia d'acciaio
plastificata o nylon di grossa sezione: inutile andare a stuzzicare grosse
prede se poi non siamo in grado di portarle a riva.
Il
«trancione» è un'esca talmente efficace, che nei tentativi di pesca gli
si affidano soltanto alcuni «tuffi» durante la battuta; della durata mai
superiore a 20 minuti, poiché se è in zona, il predatore risponde
immediatamente. Inutile
continuare a lasciare intiere ore questa esca in mare, si perderebbero altre
opportunità che invece possono essere sfruttate con quella stessa canna.
Le
esche del freddo
Il
calamaro e la seppia sono le esche più
pulite in assoluto, facili da maneggiare e sezionare, così anche da
innescare. Ma non è certamente questo
il motivo del loro successo, ma il richiamo visivo (luminescenza) che in certi
periodi dell'anno risulta determinante; e c'è anche la resistenza agli assaggi
che si trasforma in una più lunga autonomia, gradita, allorché i rigori
invernali rattrappiscono gli arti dei pescatori sulla spiaggia. Funziona bene alle prese con tutte le specie
tipicamente invernali e per insidiare contemporaneamente sia i predatori che i
grufolatori. Insomma un'esca duttile ed
efficace, che fallisce solo con mare troppo calmo, situazione in cui innescare
un pezzo di calamaro o di gomma da masticare non fa alcuna differenza.
Le
dimensioni adatte al «maneggio» delle esche, variano dai 400 ai 600 grammi;
cioè un calamaro o una seppia di tal peso, si prestano meglio alla
realizzazione dei vari inneschi per via dello spessore della polpa, corrispondente a circa 5-7
millimetri. Questo permette l’utilizzo
di un amo consistente (1 o 1/0) e
l’esecuzione di un innesco lineare, e non a spire o avvitamenti, inevitabili
quando lo spessore del manto è inferiore a quello indicato. Per lo più, sono proprio gli avvitamenti
che, alle prese con la corrente sostenuta, causano torsioni e grovigli: l'esca
ruota su se stessa.
Una
delle prime cose da innescare sono i bargigli, i due lunghi grinfioni tattili
con cui i cefalopodi trattengono la preda prima di avvicinarla ai tentacoli. Si
tratta di due tenerissime ed ottime esche da cui si ottengono 4 inneschi a cui
nessuna preda può dire di no, specie se si tratta di roba fresca. Per l'innesco ci si comporta come alle prese
con un lungo e robusto verme; l'amo adatto è un Aberdeen no 1 o 2.
Poi
il mantello viene inciso longitudinalmente per ottenere un ventaglio da cui
ricaviamo delle strisce di circa cm. 1 di larghezza per tutta la lunghezza
possibile.
La
striscia è l'innesco più classico e pagante, in quanto la porzione è buona e la
masticazione facile, con l'amo in posizione felice per la presa. Si può utilizzare la tecnica dell'innesco
convesso (seguendo cioè la forma dell'amo) oppure lineare, quest'ultima più
consona alle mareggiate sostenute, allorché la corrente mette a dura prova la
tenuta dei braccioli; l'innesco lineare non si avvita su se stesso.
Gli
ami sono generalmente degli Aberdeen nei modelli più robusti, nelle misure che
vanno dal 2 al 1/0.
Quest'ultimo numero è poi egregio per l'innesco a «coda di
rondine». Si tratta di un
disegno di straordinaria efficacia alle prese con i predatori, tipo spigole,
per la mobilità che riassume le forme di un pesce esca, con l'aggiunta della
sua luminescenza. L'amo deve uscire con tutta la punta al centro della coda di
rondine. L'accortezza è quella di
evitare il suo impiego allorché sia probabile la presenza degli sparidi, i
quali disdegnano completamente questo innesco, limitandosi a piccoli morsi di
assaggio solo sulle punte della «coda».
La testa rimasta è un innesco molto attraente e riservato ai
predatori. Sezionata longitudinalmente,
rimosso il becco, sul piano di lavoro appare una specie di «gonnellino
tahitiano», dove gli svolazzi sono rappresentati dagli stessi tentacoli. Non rimane che disporre il terminale adatto,
cioè un ciao-ciao dotato
di amo 4/0 e 5/0 diritto - tipo
Shaughnessy e per bracciolo una treccia plastificata oppure un monofilo da
0.60, a seconda delle prospettive di pesca.
Il
gonnellino viene letteralmente avvolto al ciao-ciao, dove viene
assicurato con numerose mandate di filo elastico; nel fare questa operazione,
già si può apprezzare la futura attrattiva, in quanto le spire di elastico
gonfiano irregolarmente la testa. I
tentacoli è bene svolazzino liberi, senza fissaggio rigido, occultando con il
loro profilo la presenza dell'amo. Questo «ciuffo» simula ad arte un piccolo
cefalopode, le cui movenze sono assicurate dal galleggiante interno;
impossibile resistergli.
Nel
panorama delle esche del «freddo» un capitolo a parte è meritato dalle esche
vive. Si tratta di soluzioni mirate,
efficacissime, pur se limitatamente alla sola categoria dei predatori.
Tra
le molte alternative spiccano l'anguillina ed il cefalotto, due esche di
facile reperibilità, che richiedono un semplice contenitore dotato di
ossigenatore. La prima soprattutto, si
rivela assai robusta ai maltrattamenti ed all'inevitabile debito di ossigeno,
per contro non risulta così eclettica come il secondo, funzionando egregiamente
alla prese con le spigole adulte ma non con altri occasionali predatori. Il cefalotto risulta viceversa delicato, sia
nel mantenimento che nel lancio, è però strepitoso nell'adescamento.
Terza
alternativa è quella di innescare altri pescetti vivi reperiti sul luogo di
pesca. Un un pesce esca adeguato varia dai 100 ai 200 grammi. E’ questo il caso
di un saragotto oppure di una mormora, che innescati immediatamente dopo la
cattura forniscono un rimedio alla mancanza di esche vive. Di norma poi si tenga presente che se la
zona di pesca non ci fornisce pesci minori da usare come esca, significa anche
che non è adatto al tentativo pesante.
In
caso di terminali monoamo sia il cefalotto che l'anguillina si innescano in
modo identico: sul dorso, sotto pelle; la differenza consiste nella diversa
posizione dell'amo: nei tre quarti posteriori l'anguillina, appena dietro la
testa il cefalotto.
L'amo
può essere scelto in base alla grandezza del pesce esca, e cioè un robusto
Aberdeen (1/0 - 2/0) oppure le apposite spille per il vivo. Nulla a che vedere con il surf oceanico,
dove i pesci esca sono anche di . 800-1000 gr. ed il terminale è costruito
con 80 cm. di monocavo da 200 libbre e
amo da 10/0. L'esca viva si rivela
eccellente in ogni condizione di mare; addirittura è bene che la turbolenza non sia elevata, sia perché viene
facilitata la ricerca da parte del predatore, sia perché un moto ondoso con
frangenza esterna, in qualche modo limita la presenza sotto costa dei grossi
esemplari. Una semplice risacca
su spiaggia profonda, è quanto di meglio ma anche con il mare
calmo le possibilità ci sono.
Le
Esche per spiagge profonde
Trovarsi a pescare su grandi spiagge profonde, con litorale orlato da una sola, se pur
grande, onda di risacca e dove il
frangente esterno non esiste se non sporadicamente o mai, propone condizioni
che si avvicinano o riproducono quelle della pesca a fondo con mare calmo.
Allora
occorre indirizzarci su esche naturali, che conservino in qualche modo la forma
originaria; adatte quindi anche ad un richiamo prettamente visivo oltre ché per
olfatto.
Il murice (Murex Brandaris) è un mollusco
gasteropode frequente nei banchi del mercato o delle pescherie; in quasi tutte
le regioni italiane è apprezzato per il suo valore gastronomico.
E’
un'esca specifica, quasi essenzialmente riservata agli sparidi, specie le
orate, che spesso cimentano la loro formidabile dentatura sul durissimo guscio,
attratte dal sapore del mollusco contenuto all'interno. E’ un’esca da mare calmo o comunque da
usare dopo l’ultimo frangente,andandoci con uno short rovesciato del 26-30 e un
amo obbligatorio beack 2 o un crab con due murici. Lo si innesca
sgusciato, sia per avere un maggiore richiamo olfattivo, sia per estendere
anche ai saraghi la possibilità di cattura.
Rotto
il guscio, con una pietra o un martello, il muscolo viene privato dell'unghia
peduncolare, ed innescato con la parte morbida rivolta sulla punta
dell'amo. Quest'ultimo è bene sia del
tipo robusto, gambo corto e collo ampio, poiché la preda prima di ingoiare masticherà
l'esca, con evidenti possibilità di danneggiamento a scapito di un amo con
diverse caratteristiche. Il murice può
essere utilizzato con successo anche surgelato, dove anzi aumenta
il richiamo olfattivo e diminuisce notevolmente la durezza delle carni,
offrendo talvolta inaspettate doti alle
prese con prede di diverso tipo... misteri del freezer!
Simili
per risultato e comportamento,le cicale e le
cannocchie, due esche forse meno «tremende» alle prese con gli
sparidi ma ancor più resistenti agli assalti di pulci e granchi e con qualche chanches
in più nei confronti dei predatori.
L'innesco avviene dalla parte posteriore, appena sotto la coda dove
l'amo deve penetrare più a lungo possibile prima di fuoriuscire nella zona
addominale. Ecco il motivo per cui sono
da preferire modelli robusti, magari in acciaio, ma con un gambo nettamente più
lungo.
Il granchio merita un cenno a parte; è la
tipica esca che ci fa stare tranquilli: resiste all'assalto delle pulci,
cattura sparidi e predatori, seleziona per grandezza le prede e ci consente il
meritato riposo nelle notti più dure.
Per contro, gli si può addebitare soltanto qualche «fallo» di troppo
nell'abboccata, dove frequentemente il guscio, schiacciato dal morso della
preda, si separa mettendo fuori causa l'amo.
Ma la cosa può essere ridotta a valori accettabili utilizzando granchi
di non eccessive proporzioni, e soprattutto ami specifici, come i Crab Hooks
(ami da granchio). La punta deve
penetrare nella giuntura della prima gamba posteriore e fuoriuscire nello
stesso punto sul lato opposto. In
alternativa il passaggio dell'amo può riguardare un unico fianco; abbracciando
la prima e l'ultima zampa sullo stesso lato.
Le
chele è bene siano rimosse prima dell'innesco, ed i granchietti selezionati in
base alla resistenza del carapace, che dovrà trasmettere una buona elasticità
sottoposto a pressione tra i polpastrelli.
Talvolta tuttavia, in mancanza del «top» ci si dovrà accontentare della
disponibilità immediata: in questo caso tutto «fa brodo», rimediando
all'eccessiva grossezza o durezza, con un taglio longitudinale (a metà) ed
un'innecsco laterale anziché posteriore.
Gli umori interni verranno dispersi più rapidamente, aumentando sia il
richiamo sia proporzionalmente anche i controlli dell'esca.
Allorché
su una spiaggia profonda, sia dichiaratamente nota la presenza di saraghi o
altri sparidi - ma questo anche su spiagge basse e medie - il più efficace
sistema di raccolta è certamente quello offerto dalle cozze, muscoli o mitili. Partendo dal presupposto che il più grande
flagello dell'acquacultura dedita all'allevamento di questi bivalve, è appunto
quello prodotto dalle orate che le divorano, è facile pensare a quanto
quest'esca sia efficace.Il loro impiego, fortemente penalizzato dalla delicatezza dell'innesco, necessita
dell’utilizzo del filo elastico o di quello
idrosolubile. Privato delle valve, il mollusco (uno o più) viene più
volte passato nell'amo sino ad ottenere un innesco bilanciato e compatto. L'amo adeguato possiede caratteristiche di
leggerezza, gambo di media lunghezza e punta affilatissima: quindi Aberdeen o i nuovi modelli di beack a filo
sottile.
La
delicatezza dell'esca, raggiunto il settore di lavoro, è legata agli assaggi di
pulci, granchi o altri pescetti; è bene controllare frequentemente sino a che
non si sia acquisito il tempo massimo utile di permanenza in acqua. Uno sparide nelle vicinanze, praticamente
impazzisce sin già dal tocco dell'esca sulla superficie, dove viene di colpo
liberata una consistente chiazza oleosa che espande immediatamente il suo
messaggio. Meglio quindi stare appresso
agli inneschi, rinfrescarli comunque, anche in caso di integrità apparente: la
cozza perde quasi subito tutto il suo umore.
La
cozza, a seconda del pesce cercato, si innesca su finali lunghi del 22-25 con
un Aberdeen robusto del numero 6.
Limitatamente
ai saraghi può essere usata anche la patella,
innescandone due o tre su un beack del numero 6 e filo del 24.
Le
telline e le vongole funzionano
benissimo con le mormore, innescandole su un finale max del 22 ed un Aberdeen
del numero 6.
Le esche per spiagge basse
Se
ci si trova su una spiaggia bassa, bisogna lavorare sulle sue differenti
distanze operative: lancio medio o lungo. Il lancio corto, salvo in alcuni
luoghi particolari e ben conosciuti, non paga mai. Con il lancio medio, se il
mare è ragionevolmente mosso - date per scontate le caratteristiche di forte
risacca – le esche richieste sono quelle del surf casting. Se il mare si
presenta molto mosso, la fascia media si presenta sterile come quella sotto
riva. Nel lancio lungo
vediamo invece cosa può aspettarci.
Essendo
preventivabile una superiore profondità, la corrente sarà più moderata, inoltre
per lo stesso effetto l’onda non romperà e quindi l'acqua si manterrà su
condizioni di visibilità accettabili.Il fondo non viene rivoltato, ed quindi mancano le prerogative del surf
casting, siamo invece di fronte ad autentiche condizioni di «fondo», o di surf
fishing.
Siamo
quindi pronti ad innescare le esche tipiche di queste due specialità, con le
quali ci troveremo senz'altro più a nostro agio nelle nuove condizioni di
pesca.
Nel
periodo autunnale il bibi ed il verme americano offrono ampie garanzie di
successo, immediatamente seguiti a ruota dal cannolicchio
ed il muriddu. Successivamente, sotto il «treno» delle perturbazioni
e l'acqua in sensibile abbassamento di temperatura, meglio, molto meglio, il
cannolicchio ed in seconda istanza il bibi; i vermi cominciano infatti a
comportarsi in modo strano, durano moltissimo sull'amo e le prede paiono
svogliate in loro presenza.
Tutte
queste esche possono essere trattate allo stesso modo, cioè con finali non
superiori allo 0.30, possibilmente mobili, con calamenti lunghi e per ami gli
Aberdeen di dimensioni variabili dal 6 al 2.
Con
il ritorno della buona stagione, in primavera ed estate, la padrona delle
spiagge basse risulta indiscutibilmente la mormora; il trio obbligatorio di
esche è il classico arenicola+americano+bibi, integrato con coreani e muriddu,
e che dovranno essere utilizzati proporzionalmente in base ai gusti dichiarati
delle mormore locali. Travi e terminali dovranno essere i più leggeri
possibile, compatibilmente con le nostre possibilità di farli stare in pesca
senza grovigli e per distanze di lancio
che vorremo raggiungere.Come indicazione generale utilizzeremo terminali di diametro massimo del 22 (il 25 solo con
il bibi) e prevalentemente ami
Aberdeen dalla misura 7 in giù o
piccoli beack a filo sottile delle stesse misure.
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